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Anno 2 Numero 1

 

PARVENU

 

"random di cultura e umanità varia"

 

Anno 2 Numero 1

24 marzo 2009

 

"Si vous etes un jour traité de parvenu, tenez pour bien certain que vous serez arrivé"

 

Image 

 

SOMMARIO ♦

 

PARVENU

Editoriale.

L'Antitrust si fa un trust.

Come non commerciamo.

La Redazione

 

 

APPENDICE

ARGILLANO (1 4 8 2)

di Silvana Baldini

 

Racconto di un racconto

di Angelo Di Sapio

 

 

Eluana

di Massimo Anglana

 

Taglio di libro.

di Roberta Crestetto

 

L'image, les parvenus

di Giuseppe Pesce

 

Il libro negato.

di Andrea Bortoluzzi

 

P.Q.M.

di Salvatore Mendola

 

Donne.....infedeli.

Storie di quotidiana...giustizia!

di Benedetto Elia

 

  

§§§

 

PARVENU

 

Editoriale.

La presente situazione  non è dovuta al  caso ma non ha colpevoli: è il frutto di una  coerente demenza collettiva.


L'Antitrust si fa un trust.

L' Autorità Garante della Concorrenza e del mercato si adegua allo standard italiano. Più che garantire il mercato che non c'è garantisce la sua sopravvivenza assicurandosi  il monopolio della regolazione dei vincoli che favoriscono questa o quella corporazione.


Come non commerciamo.

Noi contro loro. Loro contro noi. Una lotta sorda a fare valere le proprie prerogative corporative in modo  neo- feudale nell'epoca dell'elettronica. Per battere questa logica sarebbe sufficiente girare le carte. Non combattere per quello che si fa,  ma agire non facendo. Delimitare il campo della propria azione a partire da quello che non si fa o non si può fare. Quella si sarebbe una nobile gara. A favore dei clienti che si attendono cura  e non delle proprie tasche. Una competizione in cui non c'è trust che tenga.

 

APPENDICE

 

ARGILLANO (1 4 8 2)

di Silvana Baldini


- Davanti a me Daniele Settepassi, notaro in San Godenzo, il sottoscritto…-
- Il sottoscritto Luca della Robbia, artigiano smaltatore, negli anni miei 83…-
- In piena lucidità e valenza della mente…-
- In piena lucidità e valenza della mente avvertendo, oggi, nel giorno 25 del mese di novembre dell’anno del Signore…-
- 1482…-
- 1482 avvertendo ormai da presso il momento di trovare in approdo ultraterreno il riposo che non ebbi in questa vita dispongo dei miei beni in quanto segue…vado bene così, signor notaro?-
- Benissimo. Non avete che seguitare in questo modo; son qui che vi seguo a passo a passo.     Disponete pure a vostro agio.-
- Non temete, non sarà una lunga lista, sono un povero artigiano invetriatore…-
- Il vero dite?-
- Statene certo. Sono poco più che un operaio e i pochi scudi che avanza la mia borsa sono il giusto guiderdone di chi non ebbe mai il merito del genio, di chi rimase sempre un passo indietro…-
- Insomma…-
- Insomma che?-
- Insomma mi parrebbe non esser stato voi degli ultimi.-
- E che volete dire, in vostra norma?-
- Scusate. Ammetto non esser questo il momento per simili argomenti ma… a me pare che voi siate stato senz’ombra di fallanza un grande artista.-
- Un grande artista, dite ? Magari fosse vero!-
- Evvia! Lo sanno tutti. Chi è mai un grande artista se non uno le cui opere sono alla vista di chiunque?  Un uomo che è famoso in ogni dove?-
- E dove sarebbe, a vostro dire, la mia fama?-
- Come dove sarebbe? Nel coro in Santa Trinita, no? E poi al Duomo, in San Miniato, in tutti i luoghi più famosi di Toscana e anche più fori…-
- E con questo?-
- E con questo, mi stupisco lo chiediate, qualsiasi fiorentino si avventuri in quegli insigni templi arriva dritto dritto ai vostri Cristi, alle Madonne, agli Angeli del Cielo e dice a se stesso: messer Luca  l’ha plasmato. Che uomo fortunato e di santa ispirazione!-
- Voi dite?-
- E’ fuor di dubbio. Mille volte l’ho sentito.-
- E secondo voi questo basterebbe a esser contenti alla fine di una vita? A dare e avere chiusi?-
- E basta e ad abundantiam! Non son qui certo a dire di andare in vanagloria ma se avessi avuto io la grazia d’esser artista mi pare che la soddisfazione d’esser famoso, l’omaggio dei signori, il peso dei ducati…-
- Ebbene?-
- Mi sarebbero bastati ed avanzati.-
- Mentre voi, scusate tanto?-
- Mentre io no…non son contento.-
- Oh questa! Son basito. E che altro può volere una creatura?-
- Ben altro avrei voluto. Ma adesso è troppo tardi...o meglio…sempre fu tardi.-
- Non capisco.-
- Capisco io, state posato. Ma lasciamo andare, via! Non vi feci venir qui da confessore o in via di rendiconto…andiamo avanti...dunque: la vigna a Vallombrosa la lascio a mia sorella e i forni alla via Guelfa a’ miei nipoti…Dei prati  di Caiano si faccia un fondo in mio suffragio, ex ore Sancti Gregorii - a quanto pare - con cento messe si acquista l’indulgenza plenaria e d’ogni cosa …-
- No. Prego. Fermo un istante. Lo so che non mi tocca né mi deve interessare ma io son rimasto al poco innanzi... E il sapere di aver dato inizio a un modo nuovo? E la soddisfazione d’aver sperimentato? Chi prima di voi dei mille che maneggiano la creta ne aveva fatto un uso tanto sommo al punto di creare altari, crocefissi, sante effigi? Non vi basta a esser pago? -
- Oh! Quanto a questo, pensate che Domineddio ne fece l’uomo di argille e di terraglie! Tirate dritto, ser notaro, e non v’addentrate in cose tanto estranee e perigliose…-
- E va bene. Ci rinuncio. Che voi foste un iracondo mi constava ma che non vi degnaste di prendere sul serio un povero cristiano è segno di animo corrusco e male in grazia. Sapete quasi quasi che vi dico? Che ve lo potete fare da voi stesso il vostro testamento! Io vi saluto.-
- O santo cielo! Un notaro suscettibile!-
- Statemi  bene! Io me ne vado.-
- O Signore! Ma no…ma via… messer Daniele…restate,  vi sembra il caso di prendere cappello? Ebbene vi…vi chiedo scusa se v’offesi. Non volevo esser scortese e il tono sbrigativo  mi è venuto in tant’anni di bottega, di imperio su artigiani, apprendisti, fornitori... pensavo fosse chiaro. -
- Son io forse di costoro?-
- No, non lo siete, lo so, ma che volete? Mi è rimasto addosso il modo…Allora sedete a capo il letto e apriamo il libro. Dunque, vediamo un po’, che cosa c’è che tanto vi colpì: che io abbia dichiarato non esser soddisfatto al fine di mia vita? No. Non son contento. Che c’è di tanto strano? Non sarà la prima volta che udite un simile commento da un vostro legatario in fin di vita.-
- No. Non è la prima volta.-
- E allora? –
- E allora, semplicemente,  è la prima volta che esso viene da un uomo tanto noto, ricco, famoso e di successo universale.-
- Appunto. Ed e’ qui che vi sbagliate. Nel creder che il successo sia specchio del costrutto di una vita. -
- Ne siete certo?-
- Non si discute! e ve lo posso anco metter per scritto e co’ sigilli.-
- Non capisco.-
- Ecco, vedete, a prender vie impervie e scivolose...-
- Di nuovo reiniziate?-
- O finitela, notaro! Vi pare che sul limes d’altro mondo si possa fare vaglio d’ ogni cosa! Aiutatemi piuttosto a prender un poco d’acqua da quel coccio, salassi e serviziali m’han tolto tutto il fiato, anche quel poco che m’ero riservato per mettere un po’ in sesto in miei affari.
-    …  -
-    … -
-    Messer Daniele?-
-    Sì?-
-  Dite, oltre che far rogiti ed estratti nonché  ( con vostra buona pace ) discorsi  a bischero a’poveri morenti usciste mai da questi poggi? Andaste qualche volta per Firenze o in Casentino?-
- Si capisce che ci andai, che vi credete? ho affari a Orsammichele, a Calimala ed anche a Siena, al banco della lana...-
- Ecco. E che vedeste intorno a voi?.-
- In che senso cosa vidi?-
- Vedeste forse voi nel mondo cantieri, edifici in costruzione,  chiese e altre fabbriche in via di essere fatte?
- Oh certo! Moltissime ne vidi!-
- Ottimamente. Favoritemi elencarmele.-
- Beh…La cupola del duomo, le porte del Ghiberti, la cappella dei Brancacci in via di ultimazione…-
- Ecco, benissimo, fermo lì. Prendete quella.-
- Sissignore, son qui che non mi  movo.-
- Bene, ditemi, orsù: che impressione aveste di tale costruzione?_
- Oh! Che vi posso dire? un grande capo d’opera, indiscusso.-
- O sentitelo! Notaio e intenditore di pittura!-
- Certo! –
 - Ma per piacere! –
- Sentite Messer Luca, ora poi basta! Ve lo ripeto: o voi la piantate di trattarmi in questo modo, o veramente, giuraddio, che me ne vado.-
- O notaro senza testa! Possibile non capiate che andaste a rovistare in una piaga?-
- Piaga o non piaga, già abbastanza ho sopportato. Ora vi lascio -
- Lasciate perdere, vi dissi. Suvvia, facciamo punto e vediamo di arrivare in fondo alla questione. Dunque si era rimasti? Ah sì! Al Carmine, quando vi foste?-
 - Oh be’! Vediamo, vi andiedi l’anno scorso per un atto e quando ebbimo finito tutte le scritture il priore a tal punto mi disse mirabilia di Masaccio che a tutti i costi mi studiai di tornarci il giorno dopo. Non potei che dargli atto. Rimasi quasi in estasi a guardare le storie di san Pietro, il Cristo in Croce grande e Adamo ed Eva tratti via dal Paradiso…ma…ma…tra l’altro, ora che ci penso, o non fu lì che ci incontrammo?  
- Confermo. Sissignore.-
- E che ci facevate voi, costì, a quell’ora antelucana? …ma…ma che avete adesso…?  State peggio? Volete che vi chiami qualcheduno? Sì, chiamo qualcuno. -
- Fermo lì! Non v’azzardate a metter mano al campanello. Foste voi che mi tiraste sul discorso e se ora hic et nunc rimango morto vi giuro che le fiamme dell’inferno le torrete in questa vita... comunque…comunque vedeste bene, notaro, non volevo esser distratto, ero lì…ero lì che prendevo …che prendevo una misura.-
- Eh? Una misura? Che misura?-
- La misura del mio essere niente. Ero lì che mi umiliavo.-
- Ribadisco: mi sembrate esagerato.-
- Esagerato dite, eh?-
- Proprio.-
- Esagerato fui a pensar di fare breccia in una zucca. Bah! C’è un altro codicillo...-
- Ennò! scusate. Se il fiato non vi manca d’inquietarvi vuol dire che non state in agonia. Cos’è questa storia di voi che vi umiliate verso Masaccio? Che c’è di diverso tra di voi? Non volle Dio che egli avesse vita lunga ma quanto alla grandezza non vedo con colui alcuna sproporzione, prova ne sia che il vostro laboratorio non rimase mai inerte, la bottega sempre piena di ordini su ordini e i vostri manufatti in ogni dove.-
- E’ giusto questo che mi opprime. -
- Vale a dire?-
- Vale a dire ( ahi, che fitta!) che a fronte di fama e successo quasi uguali, ben diversa è la somma che mi torna a fine della vita e se voi di un po’ di sale in zucca foste dotato lo capireste.-
- Uhm!-
- Uhm, che cosa?-
- Sto riflettendoci.-
- Ecco, bravo. Riflettete, ma vedete di spicciarvi, prima che annotti. Ho ancora dei legati  da dettare.-
- No, è inutile, non arrivo a concretare.-
- Fate uno sforzo.
- No. Non ci arrivo.
- Ma, scusate! ( e guarda che discorsi tocca a fare a un moribondo ) non vedete? Gli occhi non li avete?-
- Non vedete cosa?-
- Non vedete …quel che non c’è?-
- Scusate voi, come posso vedere quel che non c’è? Non vi capisco. -
- Non si tratta di capire, siben di immaginare…-
- Ovvero?-
- Ovvero – o torsolo che siete – non vedete che la parte principale del dipinto non sta dentro l’affresco ma di fori? Non vedete che il quadro vero è in mezzo agli orti, nei cortili, a San Frediano….-
- Nei cortili? A San Frediano? O che discorsi son codesti?-
- Eh certo. E’ questo il punto! E’ questo il mio tormento. E’ questo il pensiero che mi fa morir dannato e non solo da che il fumo della febbre mi confonde ma da sempre, dai tempi di Ghiberti e Donatello! E’ il pensiero che l’opera di un grande ( quale non fui ) se ne va con le sue gambe per la strada, è nel fondo di ogni villico che passa.-
- Vaneggiate?-
- Oh no, che non vaneggio! So ben quel che mi dico. E’ una vita che sul quanto mi arrovello e se mai fossi arrivato a darmi pace sarei più rassegnato al mio trapasso. Eppure non m’arresi, ve lo giuro. Di già l’ho confessato: fui invidioso. Ogni volta che vedevo Filippo Brunelleschi su un disegno ardevo di stupore e umiliazione. Dicevo di aver fretta, tornavo alla bottega e cercavo d’essergli uguale. Niente da fare. Il tratto che mi usciva era modesto, l’impianto tremolante, la resa peregrina... Alla fine gettavo via ogni cosa e tornavo alle mie crete. La terra mi si adatta, mi assomiglia.-
- Ah, ecco! Ora capisco! Era tutto un discorso religioso! Il ricordo vi colse della vecchia cattivanza e quindi vi incolpaste d’essere terra. Giusto. Bravo, vi fa onore. Memento qui es pulvis…mea culpa…
- Tacete, sciagurato! –
- E perché? Non faccio che riassumere che è meglio peccare che essere giusti  in vanagloria. Ne dubitate? Lo dicono anche i Padri della Chiesa. –
- E lasciateli stare, i Padri della Chiesa! Quelli non avevano il minimo concetto di pittura.-
- Si capisce non l’avevano. Ne erano ben sopra.-
- Appunto, loro. Ma non io. Io sempre restai sotto di qualcosa.-
- Insomma, sotto di che? Da un’ora siamo qui a tergiversare, continuate a dire che vi manca qualche cosa e non vi decidete a dire cosa. Per quanto io sia torsolo, come voi dite, non posso trattenermi all’infinito; vi parrà strano ma ho altri contrahentes da servire…. -
-Io, se proprio ci tenete di saperlo - e non mi illudo che capiate - sto parlando…sto parlando di  quell’aura folgorante e numinosa per cui una pittura è assai più che descrizione è …cosa viva, arriva al cuore….sì che appunto ogni terzo che la guarda se la porta dentro sé in sua natura….ecco, questo non ebbi. Siete contento?–
-Dunque questo scrutavate nella cappella dei Brancacci?.-
-Certo….Ora basta, però. Mi sento male.-
- ….-
- …..-
-Messer Luca?-
-…-
- Messer Luca?-
- Eh…-
- State un po’ meglio?-
- No. Ma presto lo sarò senza notari…-
- Su, appoggiatevi a me, che vi aiuto a mutare posizione. Scusatemi. Non pensavo vi mancasse tanto il fiato. Continuate pure il vostro testamento. Da quinci innanzi starò muto, ve lo giuro.-
-Ma no… ma no…. fui io stesso che mi feci trasportare. Del resto non è strano, fu questa l’ossessione di una vita e va da sé che il rovello non mi lasci.-
- State tranquillo. Non voglio più saper niente. Andiamo avanti a legatare.-
-No. Sentite, notaro,… tutto a un tratto…tutto a un tratto… devo dirvi qualchecosa.-
-Dite.-
-Tutto a un tratto…ehm…tutto a un tratto…ehm… l’intento mi passò del testamento.-
- Eh?-
-Sì.Tanto parlaste che mutai disposizione. Vicisti, Galilee.-
- E che vuol dire che mutaste disposizione?-
- Che la mutai. La voglia mi passò del testamento. Ve lo ridico?-
- Oh questa! E da quando?-
-Da adesso.-
- E… scusate, e i codicilli che diceste? E i lasciti alla Chiesa? E gli atti di passaggio?-
- Terminateli voi come vi pare. I miei desiderata li sapete.-
- Ma…ma, io non posso…non è possibile. Quando mai s’è visto un notaro statuire a proprio arbitrio sui beni di un terzo in fin di vita? E’ un atto fuor di legge!-
- Oh insomma, ser Daniele! Fatela breve. Vi pare che un povero cristiano possa sprecare gli ultimi istanti per cosa tanto vana quanto gli averi?-
 -Non voglio dire questo ma…ma…
-Ma cosa?-
-Ma, scusate…se un simile distacco rampollava in vostro cuore - e buon per voi - perché non provvedeste a tempo e luogo? E poi perché con tanto affanno mi chiamaste? Ieri, quando il vostro appello mi raggiunse, l’idea che di voi mi venne fatta non fu di ascetico distante dal possesso quanto di accorto ministrante di denaro.
- Ebbene, vi sbagliaste.-
- Mi sbagliai?-
- Proprio.-
- Ovvia, messer Luca, non scherzate! Vi si conosce.-
- Mi si conosce?-
-Sì. Si sa benissimo l’uomo che siete.
-Ah sì? E che uomo sarei?-
-Siete uno tuffato fino al collo nelle cose. Non voglio darvi angustia ma credete non si sappia che in Firenze il prezzo dei colori, (cobalto, verderame, manganese…) oscilla in sopra e sotto a un vostro cenno? che copriste di faenze la Toscana facendole produrre a terzi e a quarti col diritto d’utilizzo del nome di robbiane? che al banco dei Peruzzi il vostro nome si teme al par del foco?-
-E con ciò?-
-E con ciò non venite a farmi il distaccato che non vi credo!-
-E voi non credete! Che volete me ne importi di esser creduto da un notaro?-
-Oh sentitelo! Dio gliene scampi!-
-Certo. Voi come tutti gli ignoranti vi fermate al lato esterno delle cose, non concepite che l’interno d’un uomo sia diverso e vada a se stante!-
-Perché sarebbe questo il vostro caso?-
-Sissignore. E’ vero: fui avido, rapace e accentratore ma questo fu l’esterno, l’apparenza ma io, io dentro di me fui ben diverso. Ma adesso è troppo tardi. Meglio tacere.-
-Sì, ecco. Meglio.-
-…-
-…-
- E dunque?-
- E dunque non voglio più parlare. Ve lo dissi. E neanche più testamentare.
- E va bene. Ho capito. –
-    Alla buon’ora!-
- Beh, se la mettete in questo piano…-
-    Proprio su questo.-
- Me ne vado, non temete. Del resto, se l’atto resta a mezzo, a che pro trattenersi ancora in questo luogo?-
- Ecco, appunto.-
 - Ma…ma, ma ne  siete certo?-
- Certissimo.-
- La ceralacca non è secca…ci starebbe ancora un legato.-
 - Riprincipiate? O come ve lo dico che ho finito?-
- Va bene, va bene e allora… vado. –
- O bravo.-
- Dio vi conservi.-
- Dio conservi entrambi.-
- Addio.-
- Addio.-

 

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Racconto di un racconto

di Angelo Di Sapio

 

In quel carnevale di persone che popolavano la sua vita, in quella quantità di coriandoli di cose che occupavano ogni suo dove, in quei giochi di stelle filanti, ecco, quella sera, Jacqueline aveva deciso di levarsi, una volta per tutte, il suo cappotto.
Dopo tante parole, prese i suoi foglietti, e quel cappotto lo lasciò lì, sull’attaccapanni. Era un cappotto che ci faceva caldo sin dalla giovinezza. Di panno, grigio. Tarlato, dal fumo.
Così cominciò il suo cammino. A piedi. A piedi, perché aveva la convinzione che anche i passi hanno un ritmo. Che pure quello è un linguaggio: muto, ma non silente.
Era scuro, fuori. Ma ci si vedeva tutto. Poca gente per strada.
Camminò. Camminò per circa mezz’ora, Jacqueline. A un tratto scorse le luci della piazza del paese. C’era parcheggiata un’automobile targata NA. Lì, solo lei: una 500 L, della fine degli anni Sessanta, blu, come il cielo del suo stare nel mondo.
Jacqueline la puntò come una preda. Il suo passo si fece più deciso. Come se, in quel momento, avesse riconosciuto ciò che cercava da anni. Lo aveva finalmente trovato: ecco perché il suo passo era più deciso; non più veloce.
La raggiunse. La sfiorò ripetutamente, con lo sguardo. La avvolse, con le ciglia. La circumnavigò, con il respiro. Snurfiandola, la riempì di tutte le carezze che aveva chiesto e non aveva ricevuto. E poi. E poi, con un movimento repentino, quasi furtivo, tagliò il tettuccio di quella 500, e vi ci si infilò di dentro.
Qui viene il bello. Perché chiunque si aspetterebbe che, a quel punto, Jacqueline collegasse i fili dell’accensione, e via!
L’aveva detto tante volte. Lo sapevano tutti. Non tollerava più l’assenza. Ripeteva che l’assenza – da sé o dagli altri non cambia – non è una mancata presenza, ma una presenza senza contenuto. Era normale che, a un certo momento, fuggisse da quel carnevale, da quei coriandoli, da quelle stelle filanti che ingolfavano la sua vita. Logico.
E invece no. Jacqueline, quella sera, aveva rotto il cordone ombelicale con il suo cappotto. La linearità della sua ricerca se la portava addosso, sulla pelle. Quella non era un sera in cui, per l’ennesima volta, si era staccato un bottone. No. Quella, quella era la sera dell’epifania. È che nessuno glielo aveva mai detto che te lo porti dietro quel cordone. Jacqueline, anche Jacqueline, l’aveva capito da sé. Di colpo. Senza un perché. Mica te lo spiegano; mica ci pensi.
Già, la scuola. La scuola, a Jacqueline, ci aveva sostanzialmente insegnato a leggere e scrivere. Ma si trattava solo della trama. È dalla vita che Jacqueline rubò la narrazione. Dalla vita, non dalla scuola, imparò l’ordito.
Ecco. Ecco, dunque, che Jacqueline vi ci si infilò di dentro quella 500. Ravanò un pochino. Legò bene alla leva del cambio un bastone da tenda alto più di due metri e fissò, su lato che spuntava fuori dal tettuccio, una sorta di cartellone. Il suo cartellone.
C’erano immagini. Solo immagini, su quel cartellone. Dodici.
In silenzio. Senza passi. Ma con movimenti circolari. Come un pesce. E, come un pesce, ci sguisciò di sopra quella 500 e afferrò con la sinistra il suo stendardo. Era come se, a quell’asta, avesse issato sé. Non il cartellone. Ecco. Ecco, in quella sera senza vento, Jacqueline si muoveva così sinuosamente da sventolare. Con dolcezza. E, al contempo, con fermezza: da quella sera, Jacqueline prese a sentirsi più tronco che foglia.
Con i piedi puntati sul tettuccio di quella 500, quasi la cavalcasse, Jacqueline cominciò a raccontare favole irripetibili. Favole reali, non immaginarie. Sue. Ma non solo sue. Magie verbali. Un aurora boreale di sussurri, toni, timbri, enfasi, modulazioni, pause, tempi, ritmi, specchi gutturali, orizzonti sonori, contrappunti vocali.
I presenti nella piazza si avvicinarono man mano. Le finestre delle case cominciarono ad aprirsi. Le porte via via si schiusero. La curiosità traboccava. Curiosità di capire. Di capire non cosa stesse succedendo. Ma cosa si stesse succedendo.
Al farsi del mattino Jacqueline era ancora lì a raccontare. La piazza era gremita di persone inchiodate al racconto di quelle favole. Il treppo!
Nessuno ricorda quei racconti. Nessuno ha neppure memoria in che razza lingua si svolgeva quell’esposizione. Perché non erano i racconti che Jacqueline ci voleva dare. Non morali. Ma gesto. Segno. Narrazione. Vibrazioni e gentilezze. Scossoni e carezze: di dentro.
Quelle sue parole non si aggrappavano alla mente. Si poggiavano sulle emozioni: come piume.
Quel cartellone, grazie al suo racconto, non aveva immagini fisse. Aveva scene in movimento: come ali.

 

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Eluana

di Massimo Anglana*
 

Io mi chiedo:
Eluana muore
- perché ha scelto liberamente di morire?
- o perché la società o lo Stato o parte di tali strutture hanno deciso che lei morisse?

Un forte movimento d’opinione ha cercato di far passare la prima tesi e, probabilmente, oggi l’opinione dei più ritiene che se è giusto che Eluana sia lasciata morire, ciò è dovuto al fatto che questo corrisponde alla sua volontà.
Sinceramente, se devo seguire la ragione, non posso pensare che la morte di Eluana avvenga per assecondare una sua volontà e sono evidenti le ragioni di un tale pensiero:
- oggi Eluana non è in grado di esprimere alcuna volontà;
- se anche in passato Eluana abbia espresso un tale volere, noi oggi non siamo in grado di sapere se e come Eluana abbia mantenuto questo suo proposito;
- la ricostruzione della volontà di Eluana è affidata ad una testimonianza orale di persone affettivamente vicine che, pur se in buona fede, non danno garanzia di affidabilità, in primo luogo per ragioni emotive, sull’effettiva volontà della persona congiunta (e questo che sembra essere uno dei punti di forza del testamento biologico, costituisce invece il suo vero punto debole).
Si è verificato nel caso di Eluana un processo di identificazione collettiva della gente nella donna malata, per cui ognuno di noi ha pensato con la propria testa sostituendosi a quella di Eluana, ritenendo che in quelle condizioni fosse giusto lasciarsi morire e questo convincimento è tanto più forte quanto più è inconsciamente evidente che, come conseguenza di tale convinzione, il soggetto destinato a morire non è l’effettivo autore del pensiero (noi) ma il soggetto nel quale noi ci siamo virtualmente identificati e cioè Eluana.
Proprio queste ragioni e soprattutto questo processo di identificazione collettiva e di sostituzione della volontà generale con la volontà individuale lasciano capire che Eluana non muore perché ha scelto liberamente di morire, ma perché lo Stato, o comunque la società “civile” con l’accondiscendenza dello Stato, ha deciso al suo posto che per lei fosse meglio morire.
Diversa è la situazione di persone, come ad esempio Welby, che, mantenendo una situazione di lucidità nell’infermità, esprimevano chiaramente una loro volontà di morire, cui lo Stato rispondeva negativamente.
Il manifesto riconoscimento da parte dello Stato di un diritto dell’individuo all’autodeterminazione anche in materia di vita e di morte, da un punto di vista laico, avrebbe forse maggiore cittadinanza quale espressione dei diritti dell’individuo, rispetto all’attribuzione allo Stato o alla società di uno “jus vitae ac necis” sui singoli individui.
Tuttavia porterebbe a conseguenze alle quali evidentemente non siamo preparati.
Il riconoscimento puro di tale diritto consentirebbe ad ogni cittadino di togliersi la vita, magari anche attraverso il ricorso a strutture pubbliche, indipendentemente da qualsiasi sindacato sulle reali motivazioni di tale volontà.
Ecco perché a Welby è stato detto di no, ed ecco perché ad Eluana si può far credere di dire di si, perché attraverso la finzione di una sua presunta volontà lo Stato e per esso la società o una parte di essa mantiene il controllo sulla vita e sulla morte di singole persone che non sono in grado di opporsi a tale sudditanza.
Eluana muore quindi perché una parte della società, che è risultata predominante nelle strutture dello Stato, ha ritenuto giusto ed ha deciso che lei morisse, in ciò attuando il pensiero di un genio del passato, Nietzsche, il quale espressamente affermava che “il malato è un parassita della società. In una determinata condizione, è indecoroso continuare a vivere più a lungo: bisogna morire con fierezza se non è più possibile vivere con fierezza”, espressioni forti di un grande pensatore che non aveva bisogno di ricorrere alle meschine ipocrisie della società contemporanea, lo stesso filosofo che pure riteneva convintamente che “scopo dello Stato non dev’essere mai lo Stato stesso, bensì sempre gli individui.”.
Chi però non voglia seguire solo la “doxa”, ma la ragione (logos) si deve chiedere se questo atteggiamento della società teso al controllo da parte dello Stato sulla vita dei propri cittadini ed ancor prima sulla qualità della vita stessa e sul considerare quindi se questa sia degna di essere vissuta, corrisponda al diritto sostanziale delle Nazioni civili.
Non si tratta di ricercare norme scritte anche di grado elevato.
Questi comportamenti contrastano con il Diritto Naturale, così come definito da Voltaire:
“La legge naturale permette a ciascuno di credere a ciò che vuole, come di nutrirsi di ciò che vuole. Un medico non ha il diritto di uccidere i suoi malati perché non hanno osservato la dieta che egli ha prescritto loro. Un principe non ha il diritto di far impiccare quei suoi sudditi che non la pensano come lui; ma ha il diritto di impedire i disordini”.
Altro strumento dell’ipocrisia generale è il far ritenere che la volontà presunta dell’individuo possa passare dai parenti (che sono invece i meno indicati dal punto di vista emotivo) e dai medici, questi ultimi nell’ottusa oltre che errata convinzione dell’onnipotenza della scienza.
In realtà i medici sono sicuramente i soggetti più indicati per curare i mali del corpo ma non possono certo ricreare la volontà delle persone.
E così, attraverso il ricorso allo strumento della finzione della volontà presunta dell’individuo, si tende a controllare dall’alto la qualità della vita e la vita stessa degli individui.
Il che è molto più pericoloso delle malattie che colpiscono le singole persone.
Se, infatti, come affermava Platone, la malattia guasta il corpo e può portarlo alla morte, così il Male corrompe l’Anima, ma non può distruggerla, a riprova dell’immortalità di quest’ultima.
E il Male dell’Anima per Platone consiste nell’ingiustizia.
Se infatti ogni Ente tende ad una sua armonia, l’”aretè” dell’anima è l’agire giustamente.
A mio avviso, l’ingiustizia compiuta dallo Stato porterà quindi ad un male ben più grave della malattia e della stessa morte fisica, in quanto determinerà una malattia perenne dell’anima della società. 

 

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Taglio di libro

Ovvero esperienze personali sul concetto di pregiudizio e di "non è tutto oro..."

di Roberta Crestetto

Verso l'inizio dell'estate ho avuto l'idea di regalare alla mia tardo - adolescente figliola (diciasset-tenne) un librettino che mi pareva poco impegnativo e divertente, cioè

"FIRMINO"
(di Sam Savage - Edizioni Einaudi - Stile Libero - 179 pagine - Euro 14,00)

la storia di un topino bruttino e di scarsa salute che si ciba dei libri, inizialmente per non morire fisi-camente e poi per amore della lettura in sé e per sé.
Quando la tardo adolescente - dopo un bel pò - me lo ha reso dicendo che non era un libro per lei, ho immediatamente pensato: "ecco la Rapa ha colpito ancora, figurati che difficoltà ci può essere in un libro che parla di un topo".
Poiché a casa mia - quando ero io tardo - adolescente, ma anche molto prima e dopo, non si poteva-no gettare né avanzi di cibo (quello che hai nel piatto lo finisci) né libri di sorta (i libri non si mal-trattano e non si buttano - aggiungerei "e se ti piacciono non si prestano") - ho pensato: pazienza, vedremo di che si tratta.
Stupore: è un bel libro, dedicato a noi - topi di biblioteca e di libreria - che non resistiamo davanti alla carta stampata ed al piacere, primo fisico che intellettuale, di toccarla e annusarla prima di leg-gerla: un vero peccato di gola intellettuale.
La melanconica storia del topo Firmino, figlio di una pantegana alcolista e destinato a vivere quasi sempre in solitudine - salvo una grande amicizia con lo scrittore e artista Jerry - ma sempre tra i li-bri fino alla solitaria fine (ma quale fine non è solitaria) diverte e commuove.
Forse è troppo profondo per dei tardo - adolescenti, temo.

Per rimanere nell'ambito dei libri scritti sui libri e sui lettori, mi sono fata ingolosire da una novità letteraria:

"I LIBRI DI LUCA"
(Di Mikkel Birkegaard - Edizioni Longanesi - 436 pagine - Euro 18,60)

una sorta di giallo bibliofilo, che inizia bene, con la misteriosa morte di un libraio antiquario, pro-prietario di una prestigiosa libreria nel cuore di Copenaghen, dal nome italiano :"I libri di Luca".
Questo libraio antiquario - di nome Luca Campelli - era già capo della Società Bibliofila e membro dei cosiddetti Lectores, quasi una società segreta, che ricomprendeva originariamente i trasmettitori, cioè  persone dotate del potere di influenzare gli altri mediante la lettura e recettori, cioè persone che possono influenzare con il pensiero coloro che leggono mentalmente o ad alta voce, società successivamente scissasi in due gruppi contrapposti.
Dopo un inizio interessante e una trama abbastanza convincente, segue un crescendo di avvenimenti misteriosi ed inquietanti, attentati, omicidi e rapimenti... sino ad un finale piuttosto incredibile e - per quanto mi riguarda - abbastanza ridicolo.
Insomma "desinit in piscem" come ben diceva Orazio.
Una grossa delusione, anche se il libro non è scritto male, anzi.
Vatti a fidare dell'istinto bibliofilo!




Sempre qualche tempo fa invece mio marito (e -ahimè- collega), colpito dal "passaparola notarile", acquista "on line", certamente influenzato dal clima di caccia alle streghe di cui siamo oggetto ulti-mamente, un romanzo scritto da un collega:

"STANNO UCCIDENDO I NOTAI"
(Di Remo Bassetti, Edizioni Cairoeditore, 325 pagine, Euro 16,00)

e, naturalmente, me lo passa dicendo: "leggilo tu, poi se ne vale la pena..."
Vincendo la naturale riluttanza che mi colpisce quando mi viene impartito un benché minimo e ve-lato ordine e con la naturale diffidenza che nutriamo gli uni nei confronti degli altri ( allélois = che sinteticità ha il greco!) noi notai  e comunque dopo un periodo di giacenza che mi ha consentito di non sentirmi "obbligata" a leggerlo, ho affrontato con un certo scetticismo il volumetto semi-clandestino (non credo sia approdato o mai approderà in libreria).
Nonostante tutto (cioè che non lo avessi acquistato io, che non lo avessi "annusato" in libreria e che non lo avessi scelto personalmente), con grande sorpresa e grandi risate, mi trovo di fronte ad una storia spiritosa, ad una trama gialla abbastanza convincente, ma soprattutto ad un irriverente e sur-reale affresco della nostra classe con vizi, difetti, vezzi e virtù (poche).
Leggendolo riconoscerete - o crederete di riconoscere quasi tutti i personaggi che lo popolano - a riprova che in tutti i Collegi Notarili lo stereotipo e la macchietta circolano liberamente - e vi potre-te anche godere delle colte digressioni musicali e culturali.
L'unica piccola delusione che ho provato è nel finale: bisognava secondo me avere più coraggio nel-l'ammettere che ci stiamo uccidendo ... da soli ed in parte anche tra noi! Non una parola in più, per non guastare la sorpresa a chi non lo avesse letto (mio marito) ed una domanda all'autore: "caro col-lega, che ci fai ancora qui?" (con simpatia).
A libro finito mi sono detta: rimaniamo nel campo giallistico puro, data la difficoltà di rimanere nel campo notaril-poliziesco (è più facile invece incappare in qualche trasmissione televisiva para cul-turale con finale dileggio - quasi sempre riuscito - dei sottoscritti).
Ho quindi acquistato l'ultimo giallo di un autore che, devo dire, mi è sempre piaciuto:

"L'ORCHESTRA DEL TITANIC"
(di Alessandro Perissinotto, Edizioni Rizzoli, 313 pagine, Euro 19,00)

L'autore riprende le avventure della sua creatura Anna Pavesi, psicologa di mestiere e detective di-lettante, sulle tracce di una ragazza accusata di omicidio durante un soggiorno in un villaggio va-canza Tunisino di Djerba.
La ragazza ha avuto dei trascorsi psichiatrici pesanti, e non ricorda - o crede di non ricordare - nulla di quanto le è accaduto.
Si tratta della terza avventura della psicologa, molto ben caratterizzata, ma devo dire che la trama parte abbastanza bene, ma risulta debole sia psicologicamente che nella meccanica dei fatti che vengono svolti facendo ricorso alla banalità della pornografia in rete ed all'improbabilità di una trama e di una soluzione tirati per i capelli.
Insomma, ultimamente i libri è meglio che me li consiglino gli altri?
Sto perdendo colpi con l'età?
Forse, così vi segnalo due libri che non ho letto:

"TWILIGHT"
(di Meyer Stephenie, Edizioni Fazi - collana Lain, 412 pagine, Euro 16,50 ed Edizione ridotta Euro 9,90)

consigliato dalla figlia tardo-adolescente (temo un classico polpettone rosa con connotazioni vampi-resche) da regalare a figlie tardo-adolescenti, eventualmente con i due romanzi di prosecuzione già editi.
La figlia tardo - adolescente li legge fino a notte fonda (almeno risparmiamo in telefonate).

"IL CODICE DEL POTERE"
(di Franco Stefanoni, Edizioni Melampo, 416 pagine, Euro 24,00)

consigliato dal marito-collega, per conoscere meglio i retroscena dei nostri "cugini" avvocati, rovi-stando tra cinquant'anni di nomi, cognomi, fatti, documenti, segreti, bugie, relazioni, alleanze e in-trighi sugli avvocati del potere d'Italia, un'éliteche poco o niente ha a che fare con la maggioranza - e la manovalanza - dell'universo legale.

Il marito-collega si è divertito molto.

 

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L'image, les parvenus

di Giuseppe Pesce

L’immagine, nella civiltà delle immagini, è tutto.
L’immagine è legata, da sempre, alla promozione del prodotto; nel caso di immagine di una persona, il prodotto corrisponde alla persona stessa e spesso a una categoria cui essa, nel bene o nel male, appartenga.
E’ per certi versi sorprendente come si possa identificare molto spesso l’appartenenza di una persona a un gruppo di riferimento per l’immagine che ella proietta o per dei dettagli che fanno parte della sua immagine; un approfondito studio dell’immagine è utile ai fini sociologici, comportamentali e persino di sicurezza.
L’immagine è un fumus da sempre esistente.
Nella notte dei tempi essa era indissolubilmente legata al sacro.
Lo stregone e il sacerdote sono quasi certamente coloro che per primi hanno fatto un lavoro d’immagine, come si direbbe oggi; probabilmente si sono persino autocreati.
Più tardi, anche i regnanti hanno certamente promosso la loro immagine: essere re comportava non solo onori, ma anche oneri non indifferenti.
Infatti, non è solo dagli inizi del secolo scorso che le monarchie regnanti hanno sentito traballare il trono: tutte le posizioni di potere, in ogni tempo e paese, hanno portato con sé una precarietà che ne ha angosciato i detentori e costretto gli stessi a trovarne puntelli sempre più poderosi, appellandosi ora al diritto divino, ora al potere delle armi e del terrore, ora al bene dei sudditi, ora al presunto volere del popolo, ora infine alla positività della loro immagine.
Le origini dei nobili erano mantenute sempre avvolte dal mistero, negli arcani amori tra dei e umani o tra dei e dei o tra umani e semidei; Aurora e Titone erano in genere chiamati a testimoni, o a responsabili, di tali glorificazioni, ed erano puntualmente presenti negli affreschi del salone delle feste della casa dei nobili predetti.
Con l’avvento della borghesia, la glorificazione dell’immagine si trasferì dalle arcane origini di cui sopra a fatti e circostanze da parvenu, spesso eroici e spesso molto incisivi e fattuali, dai quali si vantava fossero scaturiti potenza, fama, tradizioni, ricchezza, successi, spesso richiamati per molte generazioni, per conto dei loro danti causa, da successori non proprio ugualmente dotati.
Chi non ha visto insegne commerciali o professionali che vantano tradizioni di antichissima data?
Una nota banca dell’Italia centrale vanta origini anteriori all’anno della scoperta dell’America, e di ciò fa sfoggio, a rischio di comunicare obsolescenza, nelle proprie insegne; molti professionisti spesso si vantano dell’antica tradizione dei propri studi professionali, quasi sempre coniugata con stuolo di praticanti e collaboratori, oltre che di defunti danti causa, ancora riportati nella carta intestata.
Un certo sorriso mi ha ispirato, giorni fa, l’orgogliosa insegna di un bar di un paese da me visitato: Bar Italia, fondato nel 1981; un vero pedigree, ho pensato, valutando quanto ormai il 1981 sia tanto lontano da fare persino “tradizione”.
I singoli privati, per quanto in ordine sparso, si ingegnano come possono.
A una Senta Berger che, sfavillante, percorreva una scalinata nei pressi di Spaccanapoli, nel film “Operazione San Gennaro” del 1969, un tipo intraprendente con un fare molto delicato e rispettoso porgeva un bigliettino da visita del seguente tenore: “Giovanni Caputo – amatore”.
Un mio compagno di scuola del liceo, particolarmente noto nell’ambiente per il suo successo con l’altro sesso, un giorno di tanti anni fa mi confidò di aver fatto stampare delle carte da visita che facevano tanto immagine (allora si doveva andare in tipografia) ed erano molto utili per sentirsi importante; ne lessi una: “Tizio Tizi – studente liceo classico”; devo dire che funzionava parecchio, a meno che non avesse altre qualità nascoste.
Giunto all’università, avevo stretto amicizia con un compagno di studi particolarmente versato nelle pubbliche relazioni, che mi introdusse molto bene tra persone che contavano, o almeno che io credevo contassero, soprattutto per il mio avvenire professionale o per quel che io credevo sarebbe stato.
Costui, vantando un glorioso e nobile passato familiare, pur non potendo nascondere la quasi assoluta indigenza che accomunava tutti noi studenti fuori sede nella grande città, aveva modi ed espressioni da gran signore (che dopo pochi anni gli avrebbero procurato un matrimonio con una ragazza di ottima famiglia) e cercava, spesso inutilmente, di comunicarceli.
Per le sue doti e i suoi modi era soprannominato “il Conte”.
Ma un pomeriggio la sora Ascenza, tenutaria della trattoria all’Appio Latino dove spesso consumavamo in tre o quattro un frugale pasto da studenti, visto che alle tre e mezza eravamo ancora seduti al tavolo ad ascoltare gli affascinanti racconti del “Conte”, ci si avvicinò con fare tra lo scocciato e il sornione e rivolgendosi al nostro distinto compagno lo apostrofò: “Sbrìghete Conte, ca dovemo sparecchià”.
Inutile dire che la sua immagine ne fu irrimediabilmente compromessa, che la frase diventò un tormentone e che nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di narrare l’aneddoto alla sua titolata consorte.
Tutti noi conosciamo la famigerata “Navicella”, l’annuario del parlamento italiano.
Se qualcuno si è preso la briga di leggere qualche biografia dei nostri parlamentari, si è reso conto di come molti di loro, in mancanza di evidenti meriti da ascrivere alla loro esistenza, si contentino di narrare in quale scuola elementare abbiano fatto i primi passi da scolari o a quali auliche pratiche si siano dedicati in gioventù o a quali esempi si siano ispirati nella fase di crescita.
Conservo un piacevole libello di Guido Quaranta, “Scusatemi ho il patè d’animo – il fior fiore dell’imbecillità dei politici”, dal quale traggo, tra i vari altri esempi di autobiografie “navicelliane”, i seguenti: Piero Bargellini, fiorentino, precisava che dai tre ai sedici anni aveva vissuto in campagna, “nel Mugello, patria di Giotto, Beato Angelico, Andrea del Castagno”, e che “lui consenziente” era stato poi avviato dai genitori a studi tecnico-agrari… come se il vivere nella terra di Giotto sette secoli dopo avesse di per sé fatto di lui un genio (anche se ciò conta, in un paese come l’Italia dove tutti si considerano eredi di Giulio Cesare…);  l’ineffabile Mario Tanassi, molisano, precisava nella sua autobiografia di essere stato in gioventù un fervente antifascista e che proprio “a causa della sua attività antifascista, per non rendere difficili le condizioni della propria famiglia, era stato costretto a impiegarsi”… c’è da dire che in seguito, per fortuna sua e della sua famiglia, fu eletto in parlamento, così smise di dover lavorare (ma ahimé fu uno dei pochissimi che finì in galera, anche se per poco); Marco Pannella, o meglio Giacinto Pannella detto Marco, ha narrato la sua autobiografia dalla notte dei tempi, da quando cioè a vent’anni era presidente dell’unione goliardica italiana, fino ai nostri giorni, precisando tutti i suoi digiuni a base di cappuccino, con annessi e connessi; quasi tutti i parlamentari si sono dilungati sugli studi elementari e medi (inferiori e superiori)… qualcuno si è sbilanciato persino sugli studi universitari (spesso non conclusi, forse per l’impellenza di mettersi al servizio del Paese) e sulla conoscenza improbabile di lingue straniere; molti hanno precisato di quante persone di compone la loro famiglia, e spesso si ritrovano tra loro molti dei bamboccioni di cui si è tanto parlato nel 2007, che ancora vivono con l’”anziana madre”.
Come sempre accade, la vana prolissità di coloro che non hanno molto di cui andare orgogliosi ha come antagonista l’assoluto understatement di coloro che si sentono al di sopra della mischia: Susanna Agnelli contemplò nella sua autobiografia solo ed esclusivamente il fatto di essere stata per molti anni sindaco di Monte Argentario.
In pratica, leggendo la Navicella, ci si rende perfettamente conto della assoluta inconsistenza della maggior parte della nostra classe politica, sia di destra, sia di centro, sia di sinistra, e di come quello del parlamentare sia un mestiere come un altro, il quale peraltro non richiede neanche specifiche qualità che non siano quelle di sapersi fare una buona propaganda.
Più agghiacciante, per chi crede alla professionalità, è leggere in internet le notizie e le referenze fornite dagli stessi inserzionisti in siti tipo pagine gialle elettroniche o simili.
Mi è capitato di imbattermi in pagine di professionisti di ogni settore, i quali, nel vantare la propria personalità o le proprie capacità organizzative e i pregi dei propri studi, partivano dal proprio concepimento nel ventre materno, per arrivare a enunciare con malcelato orgoglio i risultati dell’esame di maturità, il voto di laurea con un breve excursus degli esami più significativi, la posizione in graduatoria raggiunta nell’esame di abilitazione professionale, il numero dei propri dipendenti, il numero dei figli e il loro colore preferito per la cravatta; più che una pagina promozionale sembrava insomma un curriculum vitae per un’assunzione nella compagnia del gas.
Potete provare tutti ad accedere a tali utilissime notizie professionali: sono a vostra disposizione  nelle pagine gialle elettroniche e nei siti correlati; c’è da farsi delle belle risate, ve lo assicuro.
Molti anni fa avevo letto che Mussolini amava far riportare nelle sue biografie il fatto che, essendo figlio di un fabbro, le fucine e la concretezza del metallo avevano fin dalla culla forgiato il suo carattere e la sua volontà, quasi paragonandosi al mitico Ercole che ancora nella culla già esercitava le sue forzute attività strangolando i serpenti.
Certo, un’immagine molto efficace; il duce non era nuovo a una tale modernità di concezione della comunicazione e dell’impatto sul popolo: egli è forse il padre della comunicazione in Italia, e un indiscusso campione di tale attività anche in Europa (in America, come si sa, sono sempre stati avanti anni luce anche in questo).
Chi non rammenta la sua gigantografia in divisa, con l’occhio puntato nel mirino della macchina da presa, e il suo motto a caratteri cubitali “la cinematografia è l’arma più forte”?
Certo, oggi non si parlerebbe più di arma, la parola è stata bandita dall’immaginario positivo: persino il futurismo, che celebra in questi giorni i cento anni di esistenza, è stato depurato ipocritamente dal quello che fu il motto più pregnante della sua fondazione, “la guerra sola igiene del mondo”.
Vi immaginate che succederebbe se qualcuno fondasse oggi un movimento artistico con tali proponimenti? Insorgerebbero immediatamente, almeno, il gran giurì della pubblicità, un paio di garanti di qualcosa, qualche segretario di partito, il vaticano e l’antitrust.
Sono remoti, anche culturalmente, i tempi i cui mi regalavano la Jaguarmatic o la Tigermatic, mi costruivo la fionda e giocavo a soldatini con i compagni, e chi ne ammazzava di più vinceva.
Uno dei capolavori del duce a livello di comunicazione, poi imitato da stuoli di epigoni, fu quello di far ricoprire le case degli italiani, specie se situate in zone di passaggio, con frasi più o meno riprese dai suoi motti e dai suoi discorsi, in genere dipinte su fondo in calce bianca con vernici di colore nero o bruno che avevano una caratteristica non indifferente: erano davvero indelebili (furono fatte apposite ricerche al riguardo negli anni ‘30 del secolo scorso).
Ancora oggi molte di queste scritte, a distanza di ottant’anni e di innumerevoli conflitti morali e materiali, e senza alcun restauro, sono ancora visibili e potrebbero costituire un interessante percorso culturale della storia sociale del ventennio; personalmente ne ho censite molte ancora nel Varesotto, nel Vercellese, nella bassa padana, ma anche persino in Slovenia tra Canale e Gorizia… paradossalmente nelle zone che più di altre furono teatro di lotte partigiane e antifasciste.
Sarebbe comunque interessante ritrovare la formula di tali vernici, onde consigliarle ai nostri pubblici amministratori ed evitare che strisce pedonali e altra segnaletica orizzontale debbano essere rifatte tre volte all’anno, con evidenti risparmi.
Internet, con la sua irruzione nella vita pubblica e privata, ha fatto man bassa di questo desiderio di immagine, e si è attrezzata per redistribuirla a piene mani a chiunque ne faccia richiesta, in modo finalmente democratico ed efficace.
I vari blog che ci sommergono non sono altro che la concretizzazione dei famosi 15 minuti di notorietà che Andy Warhol predicava essere diritto naturale per tutti gli umani.
Anche queste stesse righe ne sono una evidente dimostrazione.
C’è da dire che Warhol predicava in modo minimalista e, per quanto geniale, non aveva previsto il web: i 15 minuti si sono ora immensamente allungati e anche allargati.
Wikipedia e Facebook sono di recente divenuti terreno di coltura per le ambizioni di sacralità dei manager, dei professionisti e degli imprenditori, o di altri parvenu, sempre alla ricerca di referenze, magari “certificate” da altri professionisti dell’immagine e della comunicazione, “certificati” a loro volta da qualche agenzia di rating (con l’affidabilità che ormai tutti conosciamo).
Molte biografie di contemporanei, presenti in Wikipedia, sono state modificate per aggiungere onori e glorie alla nomenklatura: ultimamente nelle biografie dei “potenti” c’è tutto un fiorire di espressioni del tipo “si è distinto per…” oppure “gli è stato giustamente riconosciuto il merito…”, oltre che un puntiglioso elenco di onorificenze e premi ricevuti.
Come si sa tutti possono ritoccare, aggiungere, tagliare in Wikipedia, seminando solo il proprio indirizzo IP, peraltro non facilmente accessibile se non si è della polizia postale o hacker particolarmente smaliziati; per fortuna Wikipedia si avvale anche di molti “spazzini”, i quali, per quanto possono, cercano di ripulire periodicamente le voci da incrostazioni non proprio obiettive o semplicemente false.
Entrambi gli strumenti si stanno rivelando formidabili architetture del tanto e anche del nulla, e occorrerà ben stimolare i propri centri nervosi e il proprio fiuto, nei prossimi anni, per non caderne vittime.
La civiltà dell’immagine non si è certo fermata a quei giorni ormai remoti del 1991, quando vedere per la prima volta la guerra in diretta, grazie alla CNN (sigla fino ad allora ignota nel campo televisivo), sul teleschermo a raggi catodici, ci lasciò attoniti e in un misto di sentimenti di cupa modernità e di profondo timore.
Scoprii, allora, che le bombe intelligenti e i colpi di cannone rendevano agli infrarossi un tetro effetto “fuoco artificiale”.
Ed era solo l’inizio…
 (1- segue)

 

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Il libro negato.

di Andrea Bortoluzzi

Porto in dono a mia sorella Clelia Rosa  un romanzo pubblicato da una piccola casa editrice di una esordiente dalla scrittura morbida e intrigante. Memoria proustiana (ah! la madeleine intinta nel tè di un imprecisato pomeriggio adulto che ricorda quella delle merende di Tante Eulalie e fa risorgere la vita dell'infanzia di Marcel , luoghi, cose, persone…)della madre dell'autrice persa troppo presto e rinnovata nella presenza attraverso i sapori della sua cucina, ricercati, ricreati, riplasmati.
"Ti ringrazio" mi dice" davvero tanto. E' un libro cui tenevo molto ma mi è stato negato".
"Come negato?" le chiedo meravigliato." Sì negato, negato" mi dice in un sospiro ansioso e luttuoso insieme." L'ho chiesto nelle librerie cittadine scintillanti e nuove di zecca e alla mia richiesta è stato opposto un rifiuto"." Un rifiuto?" chiedo ancora più meravigliato. "Sì non tanto un rifiuto a fornirmelo, un rifiuto a considerare l'esistenza del libro. Mi è stato detto semplicemente che quel libro non esisteva. Non esisteva in commercio". "Capisco" le ho risposto, "è come se il libraio fosse venuto meno alla sua funzione primaria quello di fare da tramite  perché lo scritto incontri i suoi lettori. Non mi meraviglia il fatto che si sia  rifiutato di esporlo, ciò che rientra nella sua funzione di mediatore della lettura, che sceglie secondo i suoi gusti e le sue preferenze ma che ti abbia negato l'esistenza del libro. Non ti ha dato scelta. Il libro non esisteva. Non potevi trovarlo da qualche altro libraio che secondo le sue inclinazioni lo avesse invece esposto. E poi ti ha scoraggiato  ad entrare in libreria esercitando quello che da sempre è il richiamo della libreria quello di dare libero sfogo alla  curiosità e al   gusto della ricerca. Il lettore secondo quel libraio è chi non fa domande e sceglie dagli  scintillanti espositori che fanno eco alle sue accattivanti vetrine ,molto simili a quelle dei negozi di abbigliamento, quello che lui impone ".
Clelia Rosa mi ha sorriso del più smagliante dei suoi smaglianti sorrisi e mi ha ringraziato come se le avessi fatto dono di ben più  di quel romanzo. Le avevo resuscitato un morto, le fornivo l'opportunità di sfogliare il libro, di posarlo come fa lei sul tavolo messo al centro del salotto, di annusarne il profumo della carta, di provare anche lei le emozioni che qualche amica le aveva confidato aver provato nella lettura. O magari patire la disillusione di una aspettativa troppo grande rispetto al piacere provato nella lettura. Insomma le avevo dato la possibilità di vivere. Sì perché chi legge vive anche con e per il libri e attraverso di loro  si riconosce, scopre, prende  le distanze o si avvicina a esperienze ed emozioni di vita. Così come non sentirsi sgomenti di fronte alla  riduzione a valore di borsa della esperienza della scrittura ,legata al valore di scambio non tanto del libro ma della sua idea , una virtualizzazione del valore dell'opera che va oltre ogni possibile riferimento allo strumento che la incorpora, il libro appunto, per diventare oggetto di un desiderio effimero, lontano da qualsiasi fondamento, per perdersi nel gran mare del desiderio soggettivo chiamato a decretarne il valore. Il libro non conta leggerlo ma averlo. La griffe di un' idea  appunto: da esporre e vendere "perché va"(o… deve andare).Le nuove librerie quanto non sono outlet di proprietà dei produttori di questi nuovi oggetti di consumo, i grandi editori, sono meri distributori finali di questi ultimi. Niente spazio per la piccola editoria anzi negata, niente memoria della scrittura affidata ai polverosi magazzini di una volta, veri giacimenti culturali, nei quali inoltrarsi muniti di permessi speciali,  niente sorrisi e suggerimenti  reciproci tra l'amico libraio e l'amico cliente, niente venerabili e lucidi scaffali di noce, luci discrete, ricerche  faticose e ingobbite tra pile da scorticare, riimpilare, urtare con deliziosi tonfi.. rivelatori di quel libro che non avresti mai scoperto e che si mostra a capo in su sul pavimento dopo l'ultimo crollo. Non neghiamoci e non facciamoci negare  libri e librerie. Quelle  vere. Ce ne sono ancora , sempre più rare ma ancora capaci di aprire i libri ai lettori in maniera  vivace, anticonformista ed entusiasta. Frequentiamole. Oltre che coltivare il piacere della lettura faremo la fortuna di un pluralismo editoriale che rischia di scomparire. Anche a causa di librai che negano  il diritto alla esistenza di un libro di una autore esordiente proposto da un piccolo editore.

 

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P.Q.M.

di Salvatore Mendola

Caro amico mio,
è proprio sulla profonda ed antica amicizia che ci lega che faccio oggi affidamento, indirizzandoti questo mio sfogo che già immagino non breve, confidando che tu saprai accoglierlo con pazienza ed affetto.
Di questa brutta storia che da tanti anni vede me e Silvana contrapposti nei Tribunali sai già praticamente tutto. Ma oggi ho bisogno di dire a qualcuno tutta l'amarezza che provo di fronte allo scempio dei miei sentimenti e della mia stessa persona che sta avvenendo sulle pagine dei giornali, tutti presi a commentare la sentenza con la quale la Cassazione ha posto fine alla vicenda giudiziaria, dandomi ragione.
Già in passato mi ero spesso chiesto quali fossero i misteriosi motivi per i quali una certa vicenda di cronaca, una sola tra le tante, viene "scelta" dai mezzi di informazione e finisce per diventare argomento di conversazione nei bar o sulle panchine dei giardini pubblici, per non parlare di certe orribili trasmissioni televisive. Non sono mai riuscito a trovare una risposta convincente. E però oggi questo trattamento tocca a me, alla mia vita, ed il fatto che mentre se ne parla solo in pochi sappiano che si tratta di me, del mio nome e cognome, non mi risparmia dal soffrirne.
Tu sai quanto ho amato Silvana, e quanto avessi fatto di questo amore la bandiera della nostra vita insieme. E sai anche quale valore simbolico fortissimo io avessi attribuito al fatto di donarle tutto quello che prima di conoscerla apparteneva solo a me, per sacrificio mio e prima ancora per quello dei miei genitori. La consistenza economica di quello che le ho dato non conta, se non per la accresciuta credibilità che il mio gesto ne ha ricavato. Innamorandomi di lei, e molto prima di sposarla, avevano smesso di appartenermi tutte le categorie di pensiero che presupponevano o determinavano una distinzione tra ciò che era mio e ciò che era suo. Ed ho voluto in coerenza che restasse concretamente dimostrato questo azzeramento della mia individualità economica, senza per questo attendermi un uguale atteggiamento da lei, ed anzi essendomi opposto con fermezza ad ogni suo tentativo in tal senso.
Non ho mai pensato di avere comprato la sua fedeltà, e di questo mi sei testimone.
Sai bene come anche solo il dubbio di un simile fraintendimento mi abbia a lungo trattenuto dalla iniziativa giudiziaria che poi ho preso. Se mai esisteva per lei un diritto di tradirmi, non ho inteso dopo quel gesto di averglielo sottratto; così come non ho inteso di aggiungere nulla all'obbligo morale che lei aveva di non esercitarlo. Ho sempre respinto l'idea che fosse la donazione ricevuta, e non già semplicemente il nostro amore, l'elemento assolutamente incompatibile con il suo comportamento.
Tu sai com'è andata. Sai come il mondo mi sia improvvisamente crollato addosso, ed anzi quale abisso si sia spalancato sotto di me, al disgregarsi repentino di ogni mia certezza. Ci è voluto molto tempo prima di riconquistare un equilibrio appena sufficiente ad affrontare la vita ed il mondo intorno. Un giorno ti parlai della donazione, e di come mi sentissi deluso e ferito anche dal fatto che lei non sentisse l'urgenza morale di rimettere nelle mie mani un regalo che aveva perso ogni suo significato, fatta eccezione per quello economico. Fosti tu a dirmi che le donazioni possono essere revocate, ed a suggerirmi di approfondire la cosa.
Oggi una sentenza dice che Silvana mi ha offeso gravemente, e che per questo io ho diritto di ottenere la restituzione dei beni donati. Ed io, semplicemente e senza quel rancore che tu sai non sono mai riuscito a provare, lo trovo giusto. Ma mi tocca leggere l'ironia e la derisione (per la sentenza certo, ma in fondo anche per me) di chi preferisce ignorare un mondo reale che non gradisce, magari anche a buon diritto, preferendo di ambientarsi in una realtà virtuale dove gli individui si sono magicamente affrancati da ciò che per millenni non li ha lasciati liberi.
Costoro sorridono, amaramente increduli ma anche crudelmente beffardi, nel leggere che il luogo fisico nel quale Silvana si intratteneva con il suo amante ha conferito all'offesa la gravità richiesta dalla legge per ammettere la revoca. Il tuo letto ne vale un altro qualsiasi, dicono. L'assoluta identità tra lo spazio dove il tuo amore ha vissuto i suoi abbandoni più intimi e profondi, e quello nel quale è stata uccisa la fiducia di cui esso si nutriva, non conta nulla, non deve contare. La violazione dei tuoi luoghi più cari è un concetto che non esiste.
Io credo che nella migliore delle ipotesi essi pensino di poter negare  con disprezzo quella "coscienza comune" che i Giudici hanno richiamato nella loro motivazione solo perchè rivendicano di non esserne partecipi, ma non per questo possano dimostrare che essa non esiste. E nella peggiore delle ipotesi che essi di quella "coscienza comune" si facciano beffa seguendo una ambizione di superiorità intellettuale che ancora non è stata messa alla prova da alcun fatto, ma almeno con il sospetto, se non con la certezza, che quella prova non sarebbe superata.
Io credo giusta l'esistenza di quella norma del codice civile, e credo giusta l'applicazione che è stata ammessa per il mio caso. Perchè questa storia almeno mi ha lasciato un insegnamento: che il diritto dà regole agli individui che vivono in una collettività, e se nel farlo deve tendere alla affermazione di principi oggettivi, non può prescindere dalla realtà della collettività stessa in un dato momento storico. Le regole di una società devono essere le regole di quella società, non di un'altra immaginata e diversa.
Esiste invece oggi un anticonformismo la cui pratica reiterata, unita ad una diffusione capillare nella collettività, conduce ad un pregiudizio non dissimile da quello che nutre il conformismo che si vorrebbe combattere. Esistono "idee contro" che per un aberrante meccanismo sociale e mediatico si impongono come segni distintivi dell'appartenenza ad un club di buone maniere del pensiero; e cioè diventano elementi di una struttura intellettuale rigida, rispetto alla quale valgono un "dentro" nobilitante opposto ad un "fuori" miserabile e dequalificante. E così la spinta tesa a combattere uno squilibrio, ne determina solo un altro, piò o meno contrapposto. Ma con l'aggravante che queste buone maniere del pensiero condiviso (la sintesi angloamericana ci ha regalato la locuzione politically correct) si pongono in realtà spesso come una elaborazione artificiale, che si sovrappone al sentire reale diffuso nella collettività; e senza la garanzia che il fenomeno resti confinato nei termini virtuosi che conducono ad un percorso di evoluzione, prevalendo piuttosto il rischio di creare un'area diffusa di ipocrisia culturale. Come sbucciare la frutta con forchetta e coltello, ma solo in pubblico, perchè a casa usiamo tutti le mani.
Qualcuno si è divertito ad evidenziare l'insistenza della motivazione sulla "clandestinità" della relazione extraconiugale, rilevando come essa sia implicita nel concetto stesso di infedeltà. Tuttavia a menti così raffinate non dovrebbe sfuggire, io credo, che qui la clandestinità non rileva per il fatto puro e semplice che io ignorassi la relazione, ma per la valenza di lesione al rapporto di fiducia, aggravata e resa insanabile dal suo protrarsi nel tempo. E resta per me misterioso come ciò possa non apparire ovvio.
Altri hanno tirato fuori la solita storia del tradimento come sintomo di una crisi più profonda, e qui mi piace con te ricadere nel mio vizio della citazione cinematografica, ricordando cosa risponde ad una osservazione analoga Bill Crystal/Harry nel film "Harry ti presento Sally": bè, quel sintomo si scopa mia moglie.
E poi c'è chi non ha saputo resistere alla tentazione di tornare ancora alla famosa sentenza dei jeans, rispetto alla quale si è assistito ed ancora si assiste ad un trionfo di semplificazioni giornalistiche, strumentalizzazioni politiche e presunzioni qualunquistiche. Nessuno infatti ama ricordare il caso che quella sentenza ha deciso, nè l'intera motivazione della sentenza, perchè altrimenti si perderebbe l'effetto voluto, dovendosi scoprire che la presunta vittima era già stata fidanzata con il presunto stupratore, che era anche il suo istruttore di guida; e che dopo il fatto i due erano stati visti amabilmente conversare al tavolino di un bar. Dovendosi cioè concludere, non già che l'imputato fosse senz'altro innocente  in virtù di questi elementi, ma che l'aderenza dei jeans è stato solo uno degli elementi valutati dagli "ermellini", e neanche il più rilevante. Del resto ricorderai anche tu, perchè ne abbiamo parlato insieme, di quel titolo di giornale secondo il quale "PICCHIARE LA MOGLIE NON E' REATO", relativo ad una sentenza che aveva stabilito ben altro, e cioè che nel caso di specie c'era stato un comportamento episodico e non reiterato nel tempo, che integrava gli estremi del reato di lesioni o percosse e non quelli del reato di maltrattamenti in famiglia.
  Caro amico mio, io so che mi comprendi, e di certo non ti sarà sfuggito l'aspetto che più mi amareggia e che oggi mi porta a sfogarmi così con te. Hanno scritto che questa sentenza è espressione di una "visione patrimonialistica della donna", "oggetto inanimato del rapporto" "da esporre con orgoglio e soddisfazione allo sguardo ammirato del prossimo". Ed io ho pianto di rabbia, pensando a quanto ho amato Silvana proprio per il suo essere persona piena e completa, al rispetto profondo che ho sempre mantenuto per questa sua condizione, alla mia noncuranza divertita e dispiaciuta verso coloro che in quel rispetto sapevano vedere soltanto sottomissione. E pensando alla incredibile ingiustizia di una simile accusa rivolta a me, mentre lei, "l'oggetto inanimato del rapporto", per tre gradi di giudizio ed attraverso lunghi anni ormai, ha provato in tutti i modi a tenersi stretto ciò che poteva appartenerle ormai solo sotto l'aspetto appunto patrimoniale, ma senza più l'animus che di quella appartenenza era stato l'unica fonte.


Ti abbraccio.

Aldo

 

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Donne.....infedeli.
Storie di quotidiana...giustizia!

 

di Benedetto Elia

 

Restituiscimi la mia roba, ha gridato Aldo, architetto, all’ingrata moglie Silvana, all’epoca del fatto, anno 1975, giovane e bella,  madre di due figli, che aveva perso la testa per un ragazzo di ventitre anni.
Mi hai tradito, sibilava tra i denti l’architetto, non in auto, né in hotel, né in una dependance o nel box o nel giardino, ma nel “LETTO CONIUGALE”, luogo simbolo per antonomasia dell’intimità e della fedeltà coniugale, del riconoscimento e del disvelamento, come la saggia e prudente  Penelope aveva dimostrato e testimoniato.
Il tradimento, perpetrato nel talamo configura quell’”ingiuria grave” che il codice civile presuppone per la revocazione delle donazioni.
Per questo, per l’offesa che la profanazione del talamo amplifica e potenzia, la Silvana dovrà restituire, ad Aldo, coniuge disonorato ed ingenuo, tutto ciò che le è stato donato: immobili anzitutto!
Portando l’amante in casa ed ivi con lo stesso “giacendo ( e….. copulando!! ) la fedifraga Silvana ha offeso l’onore del coniuge inconsapevole, ponendo in essere un comportamento “che ripugna alla coscienza comune”!
Quale coscienza e comune a chi, mi verrebbe da chiedere! Ad essere sincero penso che essere traditi in casa sia più rassicurante dell’essere tradito in giro, sotto gli occhi scrutatori di gente che non si fa mai i fatti propri ed è sempre pronta a giudicare il prossimo dalle apparenze, non curandosi, è proprio il caso di dirlo, delle “corna proprie”.
La povera Silvana, non più bella, non più giovane perché ormai settantenne, innanzi ai magistrati della Suprema corte, ha tentato di sostenere che quel tradimento è stato e deve rimanere un tradimento, doloroso, sicuramente colpevole, ma solo un tradimento, con tutto il suo potenziale distruttivo ed innovativo, ma non un’ingiuria di tale rilievo da determinare la revocazione delle donazioni ricevute. Insomma l’utilizzo del talamo per incontri segreti con il proprio amante da parte della signora Silvana, rende ancor più doloroso e mortificante il tradimento, lacera in maniera irreparabile la trama del rapporto coniugale, impoverisce una esperienza umana, ma non può assumere significati e valenze che restano al di fuori e al di sopra della vicenda.
Non c’è stato niente da fare!
Nella vicenda e nella decisione, forse per qualche mio insuperabile pre-giudizio, avverto l’afrore di una visione “patrimonialistica” della donna che porta spesso, noi uomini, a considerarla non come “soggetto”, partecipe e coprotagonista del rapporto amoroso e del progetto di vita che da esso nasce, ma come “oggetto” inanimato del rapporto, magari da esporre con orgoglio e soddisfazione allo sguardo ammirato del prossimo, da gratificare con “donazioni” solo se ed a condizione che non distrugga la metafora di base che induce noi uomini a considerare tutte le donne puttane con la sola eccezione della  mamma e della moglie! Queste benedette mogli sono meritevoli di amore se tengono in vita l’immagine creata narcisisticamente dalla nostra fantasia e dal nostro inconscio.
Come già testimoniato da Apuleio in “Le metamorfosi o L’Asino d’oro”, l’adulterio è femminile e, nei romanzi, sono sempre le donne a tradire. Quando si pronuncia la parola tradimento o si coniuga il verbo tradire, risulta difficile pensare ad un uomo e, “anche da un punto di vista clinico, si può affermare che l’adulterio non costituisce per l’uomo il fulcro dei suoi problemi, così come invece accade per le donne”.
Il tradimento femminile fa ampia mostra di sé, in accezione ovviamente negativa, nella mitologia e nella letteratura. Tradisce l’Eva della genesi così come tradisce la Sophia degli gnostici, tradisce Pandora allorché apre il vaso così come tradisce Elena consegnando alla morte gli eroi dell’antichità.
Nel “De Amore”, summa erotica medioevale, Andrea Cappellano scrive: “….e anche tutte le femmine ciò che dicono, sì dicono doppio, perciò che sempre hanno una cosa in cuore e un’ altra in parlare…..Perciò che  la femmina non si confida in amico niuno e crede che ciascheduno la inganni e perciò ella sempre sta ad ingannare”.
Insomma oltre alla vanità, altra accusa tradizionale rivolta dai moralisti medioevali al sesso femminile, è dunque il gusto della “menzogna e del tradimento a caratterizzare la risentita visione  della donna consegnataci, come un archetipo, dalla mitologia e dalla letteratura”.
 Sempre in nome dei miei pregiudizi, mi sembra che l’architetto incarni un modello tutto italiano di uomo, il Mazzarò descritto da Verga nelle Novelle Rusticane, simbolo dell’alienazione completa in nome della “roba”, intesa come beni e ricchezze di una società agraria ( ulivi, file di aratri, file di muli, sementi, sacchi di olive). Uomo intelligente ma rozzo che diffidava delle banconote, dei sentimenti e delle donne, che contabilizzava tutto, persino la spesa sostenuta per la “morte di sua madre”: “gli era costata anche 12 tari, quando aveva dovuto farla portare al cimitero……quella roba se l’era fatta lui, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore e dalla malaria, con l’affaticarsi dall’alba alla sera, col logorare i suoi stivali e le sue mule…..ROBA MIA VIENITENE CON ME!!”
Gli “ermellini” con una motivazione articolata e non di certo sorprendente, hanno sostenuto che costituisce ingiuria grave non tanto l’infedeltà (bontà loro!) della ricorrente che aveva “intessuto una relazione con un ventitreenne protrattasi clandestinamente ( esiste alternativa alla clandestinità in materia di infedeltà coniugale ?) per alcuni anni, ma l’atteggiamento complessivamente adottato, menzognero ed irriguardoso verso il marito, all’insaputa del quale (e insistono!!!) si univa con l’amante nell’abitazione coniugale”.
La donna è stata condannata a pagare anche euro 3.100,00 per spese legali.
Insomma lo scrigno dell’uomo d’onore era stato violato, il tesoro della fedeltà femminile (perché di quella e solo di quella si parla!) sparito, il letto coniugale, occupato, sia pur a titolo di precario, da qualcun altro! Siamo all’ingiuria, quella grave, non c’è che dire.
Mi permetto di dare dei suggerimenti agli uomini ed alle donne.
Cari fratelli, l’infedeltà in tanti casi la si provoca, in molti casi la si subisce, ma sempre, dico sempre, la si percepisce. Chi non se ne accorge ha semplicemente ed inconsciamente deciso di tollerarla e, i tolleranti, non possono chiedere in restituzione i loro doni!
La risposta di noi uomini al tradimento è troppo spesso inadeguata, puerile e sciocca, molto vicina a quella offerta da Dostoevskij nel racconto “LA MITE” in cui si parla del dramma di un uomo di quarant’anni, un usuraio e, della ragazza sedicenne con cui si sposa. Il rapporto che si viene a creare tra i due esplode nel suicidio finale della fanciulla e nell’abissale solitudine dell’uomo. La verità è che il tradimento non è mai imputabile ad uno soltanto dei componenti della coppia: in un certo senso tradito e traditore recitano un preciso copione. Spesso l’uomo tradito da tempo presagiva il dramma, ma aveva bisogno di negarlo perché aveva investito troppo, forse tutto, sull’altra persona o forse anche sulla propria immagine. Il mondo è pieno di telenovelas in cui si parla a sproposito di “amore”: “legare si vuole l’altro, mani e piedi, al nostro sogno narcisistico”.
Care sorelle, per cortesia non spaventatevi! Se tradite fatelo lontano da casa come fanno da sempre gli uomini, costretti a peregrinazioni indicibili, talvolta frustranti, talaltra impegnative e faticose, sempre complesse. So che siete semplici e pragmatiche, non fate filosofia e se amate e vi concedete lo fate con tutte voi stesse ed in qualsiasi luogo….ma non dimenticate mai che gli uomini sono invidiosi e farisei, tradiscono solo con il corpo e senza l’anima, ma sempre lontano da casa perché hanno a cuore l’onorabilità….propria e della propria donna. Insomma evitate il talamo: se necessario fatelo all’aperto, sull’erba o in auto, come ai miei tempi!
Per restare sugli “ermellini” mi piace ricordare l’attenzione più volte rivolta ai jeans delle…donne!
Nel febbraio del 1999, la terza sezione penale con la sentenza 1636 annullò la condanna a un presunto “violentatore”, (che aggrediva…. fuori casa) sostenendo che “è impossibile sfilare anche in parte i jeans ad una donna, senza la sua fattiva collaborazione”. Subire la “penetrazione” quando si voleva semplicemente fare petting o eccitarsi, non è violenza è semplice manifestazione della sessualità maschile, magari prorompente e debordante!
Dopo orientamenti oscillanti con jeans che si potevano sfilare con o senza collaborazione di chi indegnamente li indossava, finalmente il 21 luglio 2008, la grande svolta con la sentenza 30403 con la quale è stata confermata la sentenza nei confronti di un trentasettenne padovano, accusato di aver molestato la figlia, ancora adolescente, della sua compagna. I giudici del Palazzaccio, hanno chiarito che il fatto “che la ragazza indossasse jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime”.
Finalmente, circolavano liberamente alcuni maschi che violentavano esclusivamente donne con jeans, ovviamente con la loro implicita “collaborazione”.
In campo giudiziario, va detto che i nostri cugini d’oltralpe non se la passano meglio.
Il tribunale francese di Lille, in conformità alle disposizioni del code civil, ha sentenziato che “in caso di errore o di menzogna su qualità essenziali della persona, il coniuge ha diritto alla nullità del matrimonio”.
I giudici francesi hanno detto la loro sulla vicenda di Wafia, un’infermiera di origine algerina che, suo malgrado, aveva perduto una qualità “essenziale della persona”: la donna era arrivata al matrimonio con un ingegnere marocchino, non più vergine. La giovane collaboratrice sanitaria ha ammesso la menzogna (proclamata verginità!) e ha chiesto al tribunale francese, paese di comune residenza dei coniugi, l’annullamento del matrimonio e non il divorzio. Le cronache raccontano che l’uomo, che all’epoca aveva trent’anni, era uscito con un gemito dalla camera da letto e alle ore quattro del mattino aveva comunicato alla sua famiglia, ancora riunita attorno al tavolo nuziale, che sua moglie non era vergine! Il loro non era stato un matrimonio combinato, maturato nelle cupe atmosfere della violenza domestica, etnica e religiosa, come si vede sovente nella cinematografia contemporanea: i due coniugi si amavano ma l’onorata virilità maschile era stata violata e profanata..
La verginità torna dunque ad essere nel 2008 e nel paese della rivoluzione e dell’eguaglianza, una “qualità essenziale”e la sentenza (anche se gradita a Wafia che non voleva essere né ripudiata né divorziata) riscalda identità e da nuova forza all’idea di rifondare il matrimonio sulla pienezza della donna (come la scuola elementare sul maestro unico!) e sulla sua verginità, qualità che tanto sta a cuore alle gerarchie cattoliche e ai neocon.
A tutte le donne, mussulmane e cattoliche comprese, consiglio di ricucire l’imene, per la modica somma di euro 300,00 tutto compreso e a tutti gli uomini di evitare accuratamente di guardare ed analizzare gli organi sessuali coinvolti nel rapporto: “ è buona regola evitare di guardare anche i propri organi genitali seguendo l’esempio di OSMAN BEN AFFAN il più pudico dei compagni del profeta, che non aveva mai visto il proprio sesso”.


Ps: colgo l’occasione per delle precisazioni sulle api alle quali avevo dedicato un mio articolo dal titolo “LE API OPEROSE”.
Avevo scritto, tra l’altro, che le api “ sono devote, virtuose, caste, pure, gregarie fedeli e disciplinate…… Tutte le api, di tutti i tempi e di tutti i luoghi si piegano, ottemperano, acconsentono e cedono agli imperativi naturali (..e culturali): esse forniscono agli uomini il modello dell’obbedienza cieca e passiva, forse utile per il l’ecosistema (ma in tanti casi anche stupida), alle leggi del mondo e della sua organizzazione.
Ebbene studi recenti smentiscono alcune delle mie affermazioni. Una ricerca condotta da studiosi della Mary Queen University di Londra rivela che questi insetti, anziché ammazzarsi di fatica per il prossimo, se la prendono comoda appena possono: le api non sono delle pigrone ma nemmeno delle indefesse stakanoviste. Gli scienziati britannici hanno monitorato 16.000 viaggi compiuti dalle api di un medesimo alveare, giungendo alla sorprendente scoperta che, se c’è una piccolissima quantità di cibo nella loro casetta, molte api si rifiutano di andare fuori a cercarne dell’altro. Soltanto quando le riserve di miele scendono al di  sotto del 5 per cento, le api si mettono in moto confermando la loro reputazione di instancabili lavoratrici. “Le api lavorano quando c’è davvero del lavoro da fare, altrimenti si riposano”, dice il professor Nigel Raine, uno degli autori della ricerca.
Sarà contento il venerabile maestro G. Condò!.

  

 



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